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Il dilemma dell’ Intelligenza artificiale

Ma i computer possono pensare?


L’ espressione Intelligenza Artificiale (spesso abbreviato in AI, dall’ inglese Artificial Intelligence) venne coniata nel 1956 dal matematico americano John McCarthy e, secondo Marvin Minsky, uno dei "pionieri" della I.A., lo scopo di questa nuova disciplina sarebbe stato quello di far fare alle macchine delle cose che richiederebbero l’ intelligenza se fossero fatte dagli uomini.

Per intelligenza artificiale, si intende generalmente l’ abilità di un computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana. L’ intelligenza artificiale è una disciplina che vede coinvolti scienziati e filosofi dato che manifesta aspetti sia teorici che pratici. Nella sua parte puramente tecnica , essa comprende lo sviluppo di algoritmi che consentano ai calcolatori di mostrare un’ abilità e/o attività intelligente, almeno in domini specifici.

Sebbene già dal XVII troviamo strumenti meccanici in grado di compiere operazioni complesse, è solo nella seconda metà del XX secolo che, grazie allo sviluppo della tecnologia informatica, è possibile disporre di dispositivi di calcolo e linguaggi di programmazione abbastanza potenti da permettere sperimentazioni sull’ intelligenza artificiale.

Prima la costruzione di macchine a valvola, quindi l’avvento dei transistor cominciano ad incrementare le potenzialità di calcolo degli elaboratori e la creazione di una macchina pensante non sembra in apparenza così lontana.

Un punto di svolta della materia si ha nel 1950 quando Alan Turing, sulla rivista Mind, indicata la possibilità di creare un programma al fine di far comportare un computer in maniera intelligente: arriva quindi alla conclusione che la progettazione di macchine intelligenti dipende fortemente dalle possibilità di rappresentazione simbolica del problema. Ma il Test di Tuning, più volte riformulato e che servirebbe per stabilire quando una macchina può considerarsi intelligente, è stato più volte confutato.

Ma sempre nel 1950, Arthur Samuel presenta il primo programma capace di giocare a Dama, dimostrando la possibilità di superare i limiti tecnici per realizzare sistemi capaci di risolvere problemi tradizionalmente legati all’ intelligenza umana. La linea seguita dalla giovane IA si basa quindi sulla ricerca di un automatismo nella creazione di un’ intelligenza meccanica. L’ approccio segue essenzialmente una ricercae uristica basata su tentativi ed errori oltre che investigare su tecniche di apprendimento efficaci.

Presto gli studi e le ricerche sull’ IA si evolvono a livelli superiori a quello del semplice apprendimento, sino a portarsi verso la rappresentazione della conoscenza e anche sugli studi psicologici legati alla memoria che, negli anni sessanta del secolo scorso fanno passi da gigante. Le ricerche universitarie, si muovono quindi nella direzione di sperimentare programmi in grado di riprodurre le prassi di ragionamento, errori inclusi, proprio per simulare il reale meccanismo di una mente umana, in grado di imparare anche dai propri errori e che non necessariamente, segue percorsi rigorosamente logici.

All’alba del terzo millennio, dopo l’ennesima rivoluzione informatica degli anni ’80 che ci ha regalato il personal computer, la domanda al centro del dibattito sull’ intelligenza artificiale resta una sola: I computer possono pensare?.

A tale proposito le risposte sono varie e discordi e, ironicamente, nonostante tutti siano d’ accordo che gli esseri umani sono intelligenti, nessuno è ancora riuscito a dare una definizione soddisfacente di intelligenza.

Perciò, lo studio dell’ AI si divide in due correnti: Quella dell’ intelligenza artificiale forte, sostenente che un computer correttamente programmato possa essere veramente dotato di una intelligenza pura, quindi non distinguibile dall’ intelligenza umana. Questo partendo dal pensiero del filosofo empirista inglese Thomas Hobbes, il quale sosteneva che ragionare non è nient’ altro che calcolare: la mente umana sarebbe dunque il prodotto di un complesso insieme di calcoli eseguiti dal cervello; La seconda, detta intelligenza artificiale debole, sostiene che un computer non sarà mai in grado di eguagliare la mente umana, ma potrà solo simulare alcuni processi cognitivi umani senza riuscire a riprodurli nella loro totale complessità.

Per ora, l’unica ad avvantaggiarsi delle potenzialità dell’ Intelligenza artificiale è stata la letteratura fantastica che ha creato delle icone che oramai fanno parte del patrimonio culturale dell’umanità come Hal9000 di 2001 Odissea nello spazio, C1P8 di Star Wars, Vulcano 3 di Philip K. Dick o più curiosa, l’Intelligenza Artificiale comunista dell’episodio China Crisis del web comic Agente Speciale Rocco

#www.materiali-indiscriminati.blogspot.com

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scritto da rex

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