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Leon Battista Alberti: l’ ombra della luce

Una breve traccia di lettura per superare gli stereotipi sul Rinascimento.


Quando si parla di Rinascimento si pensa comunemente, lo dice anche la parola stessa, ad un periodo di rinascita che giunge dopo le tenebre del Medioevo. In realtà la visione ottimistica della vita e la fiducia nella capacita dell’ uomo di essere artefice della propria fortuna, non sono le uniche caratteristiche dell’ uomo rinascimentale.
Chi volesse cogliere le sfumature di un’ epoca troppo spesso dipinta a tinte chiare, potrebbe concentrarsi su una delle figure più poliedriche del Quattrocento italiano: Leon Battista Alberti. Architetto di fama, ma anche pittore e scultore, ci ha lasciato opere che conciliano la simmetria dei greci e l’ ordine dei medievali. Ma non è qui che si ravvisa quell’ ombra di cui parlo nel titolo.
Per trovare le intime contraddizioni dell’ Alberti bisogna rivolgersi alle sue prose, in particolare a quelle meno note al grande pubblico: le Intercoenales e il Momo. Le prime sono ritratti allucinati della società del tempo: brevi episodi satirici o fantastici, che ricordano a tratti Luciano di Samostata e precorrono gli scritti dell’ Ariosto. In questi pungenti scritti vengono messi alla berlina gli atteggiamenti ipocriti di chi si vuole mostrare per quello che non è (spassoso l’ episodio in cui la moglie fedelissima tradisce il marito appena defunto) o la finta saggezza di certi luminari. E’ presente una impietosa  descrizione dell’ uomo con tutti i suoi vizi nascosti e palesi: nulla a che vedere, quindi, con lo stereotipo del letterato rinascimentale ottimista che circola così spesso nei libri di storia.
L’ acume letterario di Leon Battista Alberti giunge all’ apice con il Momo, divinità giocherellona e beffarda, capace di danni inenarrabili, ma anche in grado di trarre la lezione dai propri errori. Nel corso dell’ opera, ambientata tra le classiche divinità dell’ Olimpo, perfetta metafora di vizi e virtù umane, si criticano, tra le altre cose, le preghiere a Dei che non ascoltano affatto e i cosmetici femminili, forse assurti a simbolo dell’ ipocrisia dietro cui si cela solo il vuoto dell’ anima. Opera difficile, spesso scollegata nella trama, quasi l’ esatto contrario della dantesca Divina Commedia, dove invece l’ ordine regnava sovrano fin dalla numerazione delle cantiche. Tinte fosche quelle dell’ Alberti, che descrive un mondo in disordine, in balia della Fortuna, come ben mostra il finale del libro, in realtà aporetico: mentre le cose buone e virtuose sono attribuite a dei quali Operosità e Perseveranza, e quelle cattive a divinità negative come l’ invidia, quelle mediane restano in balia della Sorte.
Le cose che invece non sono né buone né cattive (per esempio quelle che son buone per chi le sa usar bene, cattive per chi le usa male, tra le quali si annoverano le ricchezze, gli onori e simili oggetti dei desideri umani) fossero lasciate tutte all’ arbitrio di Fortuna, perché attingesse ad esse a piene mani e, scegliendo a capriccio quanto e a chi darle, le assegnasse.
Un’ ombra di nichilismo si stende sull’ uomo universalmente noto per le sue teorie del bello e della proporzione: una nuvola grigia che interrompe la simmetria di Santa Maria Novella, ma non la sua e la nostra voglia di cercare la luce.

Stepius per: Sito Leon Battista Alberti

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scritto da stepius

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