La balbuzie colpisce il linguaggio dei bambini e pu� manifestarsi anche dopo un ictus. Non risparmia l’ anima: quando si balbetta si vive un’ esperienza di enorme frustrazione che merita di essere considerata seriamente.
La balbuzie, chiamata familiarmente anche balbuzia o tartagliamento, è classificata come un
disturbo del linguaggio ma influenza anche la qualità della vita di chi ne soffre. Il linguaggio è “rotto” da ripetizioni di suoni, sillabe, parole, pause e mantenimento innaturale di fonemi. L’atteggiamento corporeo è improntato a una certa rigidità perché le tensioni mirate originariamente verso gli organi bersaglio (organi della fonazione) si generalizzano gradualmente a tutto il corpo e scatenano tic e sincinesie. Ogni balbuziente (circa il 2% della popolazione) affronta periodi di minore o maggiore presenza di blocchi, alternati a momenti più o meno lunghi di scomparsa dei sintomi. Ma la balbuzie è generatrice di forte
ansia in chi ne soffre. Le parole diventano un nemico temibile, che intrappola con la paura, l’ansia, la tensione, la perdita di controllo del proprio potere comunicativo. Chi parla con un balbuziente difficilmente coglie le sottili ma dolorose ferite, anzi spesso minimizza la portata del problema e lo inquadra come una semplice caratteristica del linguaggio di quella data persona. D’altronde, chi non ha mai vissuto l’imbarazzo di non riuscire a dire nemmeno il proprio nome non può immaginare il senso di sconfitta che la balbuzie genera. Negli ultimi anni, la ricerca medica si sta orientando sulla comprensione delle cause scatenanti questo disturbo. La genetica viene sempre più chiamata in causa, così come l’ereditarietà soprattutto per linea materna. Almeno un balbuziente su due è imparentato con un altro balbuziente. L’origine psicologica sembra sempre meno probabile man mano che alcuni miti fenomenologici vengono sfatati dalla ricerca: pare che perfino durante il canto, la lettura silente e il parlare da soli o con animali si attivi neurologicamente una sorta di blocco, effettivamente non udibile ma perfettamente riconducibile alla balbuzie stessa. La
balbuzie si manifesta generalmente
nei bambini fra i 2 e i 5 anni, ma può comparire in età adulta in seguito ad uno stroke come un
ictus. In questo caso si avrà un disturbo molto diverso: i blocchi colpiscono qualunque processo verbale, l’emotività del paziente non viene disturbata, l’attivazione cerebrale è anomala ma in modo completamente diverso rispetto al balbuziente “classico”, la remissione del sintomo è lenta ma frequentemente spontanea. E’ chiaro come il termine "balbuzie" indichi sia la sindrome che i sintomi. La terapia della balbuzie non è semplice perché deve prendere in considerazione tanto gli aspetti fonici quanto quelli psicologici del problema. La tecnica fonica è spesso solo un “apri-pista” per trasformare il rapporto dell’individuo col linguaggio che necessita di una riorganizzazione generale. Spesso il balbuziente opportunamente riabilitato ricade nel problema per qualche periodo, a causa di una forte organizzazione delle resistenze psicologiche che mantengono i vantaggi secondari procurati dalla balbuzie. Un
counseling o un breve percorso di analisi personale si sono dimostrati di grande sostegno alle terapie centrate sul linguaggio.
Elena Marino Counselor per la Balbuzie, dirige il Centro Counseling Balbuzie. Tags:
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scritto da elenamarino74
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